Espoarte article about Where the unmeasurable meets the measurable, ABC-ARTE

Francesca Di Giorgio, ESPOARTE, Febbraio 19, 2020
GENOVA | ABC-ARTE | FINO AL 13 MARZO 2020

di FRANCESCA DI GIORGIO

 

Where the unmeasurable meets the measurable non è una collettiva, almeno non nel senso più comune del termine. Quattro gli artisti coinvolti, Alan Bee, Paolo Iacchetti, Tomas Rajlich, Nanni Valentini che, come apertamente dichiarato da Flaminio Gualdoni, curatore della mostra in corso da ABC-Arte a Genova, si sottraggono ad una “facile” associazione. A partire dal titolo, che cita un pensiero dell’architetto Louis I. Khan, Gualdoni inizia ad introdurci all’atto di oggettivazione e di realizzazione di un’opera e alla comprensione di come non si possa e non si debba intendere un progetto. Il processo che porta dall’intuizione all’oggettivazione e da ciò che è misurabile a ciò che non lo è va preservato e ricercato in quello “spazio” dove l'”unmeasurable” incontra il “measurable”.

 


Veduta della mostra Where the unmeasurable meets the measurable, 2020, ABC-ARTE, Genova. Foto: Davide Bertola

 

Nessuna forzatura, quindi, il critico è destinato a fare un passo indietro nel rispetto delle individualità artistiche benché mosse sulla linea del dibattito nato in seno alle avanguardie non possono e non devono essere appiattite su una superficie comune. E allora? Come affrontare quattro artisti “diversi per generazione, origine, contesto, culturale ed istinti culturali”? Per sottrazione e negazione. Il critico diventa il testimone di svariati incontri su un asse temporale molto ampio – dagli Anni ’70/80 (Rajlich, Iacchetti, Valentini) ad oggi (Alan Bee) – e che, come una voce fuori campo, non compare mai a condividere la scena con gli artisti affermandone ciò che, soprattutto, non vogliono essere.

 

 

Se Tomas Rajlich (1940) e Nanni Valentini (1932-1985) hanno già avuto nel recente passato importanti personali nella galleria genovese (di Rajlich è prevista una nuova personale ad aprile) per Paolo Iacchetti (1953) si tratta di una “prima volta” e per Alan Bee addirittura di una recente “scoperta”.
La storia dell’arte è costellata da riscoperte e riconoscimenti tardivi ma per Alan Bee si tratta di un’altra storia.
Bee è lo pseudonimo di un noto industriale e uomo di finanza tedesco, nato a Karlsfeld nel 1940 e scomparso a Monaco di Baviera nel 2018. Collezionista e segretamente pittore per tutta la sua vita. Per sua stessa volontà ha autorizzato la diffusione delle sue opere dopo la sua scomparsa, avvenuta solo un paio di anni fa.
Il “cognome” dell’alias è un primo indizio che introduce allapassione per la pittura, per le api e per il loro mondoL’influenza di Joseph Beuys è dichiarata ed è anche il gancio iniziale per il testo, Melissa e altre considerazioni, che Flaminio Gualdoni gli ha dedicato. Si cita il capo cosparso di miele e foglie d’oro di Beuys durante la sua performance di debutto nel 1965, il mito della ninfa Melissa che nutre di miele d’api Zeus fanciullo insegnandogli a vivere dei frutti della natura senza impoverirla. Riferimenti che per stessa ammissione di Gualdoni, erano, probabilmente, sconosciuti all’artista che aveva in mente, prima di tutto, a partire dalla manifesta modularità cellulare del favo – struttura che resta anche quando i colori accesi prendono successivamente il sopravvento – il senso di comunità e operosità delle api con cui dovrebbe ancora oggi operare la collettività dell’arte.

 


Veduta della mostra Where the unmeasurable meets the measurable, 2020, ABC-ARTE, Genova. Foto: Davide Bertola

 

Durante la visione della mostra si cade nella tentazione di associare in qualche modo il “reticolo” di Bee alla “griglia geometrica che fungeva da all-over spaziale oggettivo” di Rajlich e al retinico, fluido ed ordinatissimo proliferare di linee e colori di Iacchetti ma ancora una volta interviene l’apporto critico di Gualdoni. Entrambe figure di riferimento della vicenda pittorica internazionale per Iacchetti la pittura è visione, “il quadro non si vuole né finestra né cosa: piuttosto, presenza visibile”, “pittura come sostanza, non materia”. In Rajlich “Il colore, colpeggiato in cadenze brevi e avvertitissime, occupando di sé la totalità dell’immagine è sottratto a ogni logica strumentale, compositiva, e a ogni gerarchia linguistica: è, e si dà, per sé, in quanto sostanza stessa del vedere, dell’immagine: in quanto luce”.

 


Veduta della mostra Where the unmeasurable meets the measurable, 2020, ABC-ARTE, Genova. Foto: Davide Bertola

 

Si tratta, anche, di sottrarsi alle banalità della visione e a clichè di pensiero ostinamente ripetuti.
Una scelta di campo che è anche scelta d’autenticità che ha caratterizzato sin dagli esordi la breve ma folgorante parabola di Nanni Valentini. Propria di Valentini è “quell’ostinazione silenziosa della cultura, che lo porta ad assorbire radiazioni differenti, spesso eterogenee, a rimuginarle fino in fondo, senza la sovrana facoltà di travestimento e prelievo strumentale che è di altri artisti”. “
Dove gli antichi colleghi vedono una meta, egli conosce l’inizio ancora ottuso, strumentale, di un viaggio. Sa che un oggetto è, appunto, un oggetto, e una forma formata da un corpo morto, se non siano abitati da uno spessore che è pensiero, intelligenza dell’essere, tensione al farsi soggetto”.


Paolo Iacchetti, Geometrie sfasate, 100×95 cm, olio su tela. Foto: Paolo Vandrasch