Impressioni su Art Verona 2018

Emanuela Zanon , Julietartmagazine, Ottobre 14, 2018

La 14sima edizione di Art Verona ǀ Art Project Fair conferma la manifestazione come una realtà in crescita, orientata a promuovere un collezionismo di qualità che non necessariamente richiede investimenti economici proibitivi. Il secondo anno della direzione artistica di Adriana Polveroni vede il coinvolgimento di 150 espositori focalizzati sugli artisti italiani (ecco perché #backtoitaly) che si confrontano sul tema dell’utopia, un invito a vivere il collezionismo come possibilità di promuovere nuovi valori e di appassionarsi non solo all’arte ma al mondo. Nella Main Section, asse principale che attraversa i due padiglioni della fiera, si mescolano artisti storicizzati del Novecento, mid career e giovani: ancora manca la presenza delle gallerie leader della scena italiana (molto affezionate ad Artissima e Miart) ma le proposte sono convincenti e meditate, molto attente alla qualità nella sezione moderna e sensibili alle nuove istanze culturali ed estetiche nel settore più strettamente contemporaneo.

 

Si consolida l’area dedicata alla ricerca e alla sperimentazione, che costituisce uno degli aspetti più interessanti e vitali della fiera: tornano quindi Raw Zone, area riservata ai solo show, Scouting, composta da 16 gallerie di taglio sperimentale che presentano 3 artisti ciascuna, e la corsia dedicata ai Project Space, sempre più attivi nell’individuazione e nel sostegno degli artisti emergenti. È invece una novità assoluta il progetto Focus on, che riunisce gallerie provenienti da un Paese ospite, quest’anno la Lituania con la sua vivace scena artistica grazie alla collaborazione con Julija Reklaité, addetto culturale della Repubblica Lituana in Italia.

 

Tra i lavori in mostra troviamo molta pittura, nelle sue varie declinazioni stilistiche e tecniche, fotografia, sempre più inscindibile dalla rielaborazione digitale o manuale, e scultura di piccole e medie dimensioni. La prevalenza, come è ovvio che sia in una situazione fieristica, è di stand che presentano proposte variegate non raccordate da un filo conduttore stringente (il tema curatoriale suggerito aleggia come intenzione senza offrire molti riscontri immediati), tra cui ci siamo divertiti a individuare alcuni elementi ricorrenti lasciandoci guidare dalla curiosità e dall’irresistibile attrazione per alcune opere.

 

Anzitutto abbiamo notato un serpeggiante ritorno del ritratto, inteso come attestazione di presenza, indagine sociale, introspezione, provocazione o strumento critico: si va dai collages materici dello street artist americano Bäst (Cellar Contemporary) che stratifica sulla tela reperti e immagini tratti dalla strada in un infinito processo di sovrapposizione e mascheramento, al fotoritratto su carta di credito del trio sloveno Janez Janša (MLZ Art Dep), esito di una performance relazionale realizzata nel 2015 con l’inconsapevole collaborazione della Nova Ljubljanska Banka. Il servizio di carte di credito personalizzate della banca è stato infatti utilizzato per realizzare un ritratto di ciascuno dei 3 artisti derivato dalla frammentazione delle foto ingrandite dei loro documenti identificativi successivamente ricomposte in un grande mosaico di carte di credito customizzate. L’opera critica dall’interno la fittizia sensazione di affinità con il cliente che questo servizio vuole suggerire e l’ipotesi non molto lontana di un nuovo documento d’identità che registri anche le transazioni finanziarie dell’utente. Al controllo sociale allude anche la serie Self Portrait from Surveillance Camera (2018) di Irene Fenara (UNA), una serie di autoscatti realizzati dall’artista posizionandosi di fronte alle telecamere di sorveglianza di vari luoghi, sempre inquietantemente solitari, e recuperando in rete il fermo immagine del proprio passaggio. Il risultato è un intrigante gioco di presenza-assenza in bilico tra voyeurismo e riappropriazione del sé. Accanto a questi esempi non possiamo fare a meno di citare un classico del genere, I’d like to be a cubist sculpture in another life(2005) di Urs Lüthi (Galleria L’Elefante) in cui l’artista svizzero fonde in bronzo il proprio busto sostenuto da un instabile totem di scomposizioni cubiste, e una vera e propria chicca, una lettera affrancata che Maurizio Cattelan si è auto-inviato negli anni ’90 sostituendo al regolamentare francobollo la propria beffarda effige (Nicola Turco arte contemporanea).

 

La storia dell’arte si autoalimenta attraverso un continuo gioco di rimandi e citazioni, come rileva Adriano Altamira nella serie di fotocollage intitolata Area di coincidenza (Studio G7). La sopravvivenza e l’analisi delle immagini del passato è il punto di partenza anche per la ricerca di artisti più giovani, come Serena Gamba (Isolo 17 Gallery) che propone una rigorosa mappatura che concettualizza un sabba di streghe di Francisco Goya attraverso parole disegnate su tela parzialmente cancellate da ricami a filo nero o Vik Muniz che s’ispira ancora al maestro spagnolo per comporre un distopico paesaggio miniaturizzato in cui i residui della filiera produttiva sembrano aver definitivamente annientato l’uomo. All’arte come mestiere legato a un patrimonio di tecniche e strumenti tramandati nel tempo allude invece l’opera/oggetto presentata da Spazio Buonasera, una confezione di pastelli a cera autoprodotti dai sette fondatori del progetto.

 

L’artificialità del paesaggio contemporaneo come sintomo di un nuovo stile di vita e di una nuova estetica accomuna i rigogliosi intrecci vegetali dello street artist Tellas (Magma Gallery) in cui la fluidità delle linee naturali diventa una campionatura genetica di pattern decorativi tendenzialmente monocromi, i rendering 3D di Matilde Cassarini (Porto dell’Arte) che esaminano un archivio di architetture brutaliste sovietiche trasformandole in modelli fantascientifici e i sintetici interni domestici di Laura Giardino (Area/B)  resi ostili da incongruenze e trappole che ricordano le sempre più sofisticate stanze virtuali dei videogiochi creati con grafica digitale. L’apoteosi della mistificazione si raggiunge nella Sheep n.16 di Yang Maoyuan (ABC-ARTE), una vera pecora gonfiata e tinta di blu come estrema derivazione della pecora Dolly, il primo essere vivente clonato artificialmente. La nostalgia di un paesaggio chiaramente leggibile e la constatazione della sua impossibilità nell’era della moltiplicazione delle immagini è invece al centro dei fotomontaggi analogici in bianco e nero di Roberto Rinella (aperto al contemporaneo), che sovrappongono scorci panoramici reali in spazi saturati dalla simultaneità.

 

Il fascino conturbante dei materiali contemporanei con le loro allettanti cromie e la loro muta efficacia nell’evocare mondi familiari e stranianti al tempo stesso è una fonte di ispirazione sempre più frequente per le giovani generazioni. Segnaliamo a questo proposito le sculture eleganti ed equilibrate di Martino Genchi (Galleria Michela Rizzo), i sensuali guardrail verniciati di Giovanni De Cataldo (z2o Sara Zanin Gallery), la soffusa pittura cosmetica di Serena Vestrucci (Galleria Fuoricampo) e la raffinata installazione di Agostino Bergamaschi (Galleria Massimodeluca) che interpreta in chiave quintessenziale le creature fantastiche dei bestiari medievali attraverso originali accostamenti materici e stilistici.

 

 

Yang Maoyuan, Sheep n.16, 2003, pecora tinta e gonfiata (ABC-ARTE)

 

 

The 14th edition of Art Verona ǀ Art Project Fair, currently ongoing in Verona, confirms the event as a growing reality, aimed at promoting quality collections that do not necessarily require prohibitive economic investments. The second year of Adriana Polveroni’s artistic direction shows the involvement of 150 exhibitors focused on Italian artists (that’s why #backtoitaly) engaged on the theme of utopia, an invitation to experience collecting as a chance to promote new values ​​and and a conscious participation not only in art but also in the world itself. In the Main Section, the main axis that crosses the two pavilions of the fair, historic artists of the twentieth century, mid career and young mix: the presence of the leading Italian galleries (very fond of Artissima and Miart) is still missing, but the proposals are convincing and meditate, very attentive to quality in the modern section and sensitive to new cultural and aesthetic issues in the most strictly contemporary sector.

 

The area dedicated to research and experimentation, which is one of the most interesting and vital aspects of the fair, is consolidated: the so-called Raw Zonededicated to solo shows, Scouting, composed by 16 experimental galleries presenting 3 artists each, and the lane dedicated to Project Spaces, increasingly active in identifying and supporting emerging artists. On the other hand, it is an absolute novelty the Focus on project, which brings together galleries from a host country, this year Lithuania with its lively artistic scene thanks to the collaboration with Julija Reklaité, cultural representative of the Republic of Lithuania in Italy.

 

Among the works on show we find a lot of painting, in its various stylistic and technical aspects, photography, more and more inseparable from digital or manual re-elaboration, and small and medium-sized sculpture. The prevalence, as it is obvious in a fair situation, is of stands that present varied proposals not connected by a stringent thread (the curatorial theme suggested hovers as intention without offering many immediate feedback), among which we enjoyed identifying some recurring elements letting ourselves be guided by curiosity and by the irresistible attraction for some art works.

 

First of all we noticed a return of the portrait, intended as an attestation of presence, social investigation, introspection, provocation or critical tool: it goes from the collages of the American street artist Bäst (Cellar Contemporary) who stratifies on the canvas finds and images taken from the street in an endless process of overlapping and masking, to the credit card photo of the Slovenian trio Janez Janša (MLZ Art Dep), the result of a relational performance realized in 2015 with the unwitting collaboration of Nova Ljubljanska Banka. The bank’s personalized credit card service was in fact used to create a portrait of each of the 3 artists derived from the fragmentation of the magnified photos of their identification documents subsequently recomposed in a large mosaic of customized credit cards. The work criticizes from the inside the fictitious feeling of affinity with the client that this service wants to suggest and the not so far hypothesis of a new identity document that also records the user’s financial transactions. Social control also refers to the series Self Portrait from Surveillance Camera (2018) by Irene Fenara (UNA), a series of self-portraits made by the artist standing in front of the surveillance cameras of various places, always disturbingly lonely, and retrieving the network freeze picture of hers passage. The result is an intriguing game of presence-absence poised between voyeurism and reappropriation of the self. Alongside these examples we have to mention a classic of the genre, I’d like to be a cubist sculpture in another life (2005) by Urs Lüthi(L’Elefante Gallery) a bust of the Swiss artist supported by an unstable totem of cubist decompositions, and a real gem, a letter that Maurizio Cattelan has self-sent in the ’90s replacing the stamp regulate his own mocking effigy (Nicola Turco arte contemporanea).

 

The history of art is self-perpetuated through a continuous game of references and citations, as Adriano Altamira points out in the series of photocollages entitled Coincidence Area (Studio G7). Survival and analysis of the images of the past is also the starting point for the search for younger artists, such as Serena Gamba (Isolo 17 Gallery) who proposes a rigorous mapping that conceptualizes a witch’s sabbath by Francisco Goya through words drawn on canvas partially erased by black-thread embroidery or Vik Muniz, which is also inspired by the Spanish master to compose a dystopian miniaturized landscape in which the residues of the production chain seem to have definitively annihilated man. Art as a craft linked to a heritage of techniques and instruments handed down over time alludes to the work / object presented by Spazio Buonasera, a pack of wax crayons produced by the seven founders of the project.

 

The artificiality of the contemporary landscape as a symptom of a new lifestyle and a new aesthetic brings together the lush plant weaves of the street artist Tellas(Magma Gallery) in which the natural fluidity of natural lines becomes a genetic sampling of basically monochromatic decorative patterns, 3D renderings by Matilde Cassarini (Porto dell’Arte) examining an archive of Soviet brutalist architectures turning them into science fiction models and the synthetic domestic interiors by Laura Giardino (Area / B) rendered hostile by incongruities and traps reminiscent of increasingly sophisticated virtual rooms of video games created with digital graphics. The apotheosis of mystification is reached in Sheep n.16 by Yang Maoyuan (ABC-ARTE), a true sheep swollen and dyed blue as the extreme derivation of the sheep Dolly, the first artificially cloned living being. The nostalgia of a clearly legible landscape and the observation of its impossibility in the era of multiplication of images is instead at the center of the black and white analog montages of Roberto Rinella(aperto al contemporaneo), which overlap real panoramic views in spaces saturated by simultaneity.

 

The disturbing charm of contemporary materials with their attractive colors and their muted effectiveness in evoking family and alienating worlds at the same time is an increasingly frequent source of inspiration for the younger generation. In this regard, we point out the elegant and balanced sculptures by Martino Genchi(Galleria Michela Rizzo), the sensual painted guardrail by Giovanni De Cataldo (z2o Sara Zanin Gallery), the suffused cosmetic painting by Serena Vestrucci (Galleria Fuoricampo) and the refined installation by Agostino Bergamaschi (Galleria Massimodeluca) that interprets in a quintessential key the fantastic creatures of the medieval bestiaries through original material and stylistic combinations.