Vivendo nel colore, con Jorrit Tornquist
Da ABC-ARTE a Genova ci si concentra (bene) sulla figura di Tornquist, artista che al colore ha dato ruolo e spazio specifici. In pittura, come nella vita di tutti i giorni
di Andrea Rossetti, ARTSLIFE, February 10, 2026
Voci di galleria (che poi si tratta di uno scambio di battute con Antonio Borghese di ABC-ARTE) dicono che le opere di Jorrit Tornquist (Graz, 1938 – Cesano Bergamasco, 2023) piacciono a tanti. Perfetto, state leggendo uno di quei tanti: la proprietà cromatica di un lavoro in tecnica mista come Untitled del 2015, con quella sua tipicità nell’impostare un “percorso” digradando nel colore, cattura sguardi senza troppi sforzi, come un po’ tutte le opere recenti dell’artista. La pittura di Tornquist ti prende alla testa, smuove e alimenta atmosfere interiori difficilmente esplicabili in parole. Eppure non è tutto colore, perché anche quell’Untitled (che in galleria è messo proprio lì dove te lo aspetteresti: all’ingresso) è una struttura più complessa, originata da un punto di fuga perfettamente centrale. “Struttura” non è quel termine messo lì per pompare il discorso, (almeno) non stavolta, visto che Colour is space in itself (a cura di Flaminio Gualdoni).
Percezione ed esperienza in Tornquist
Sicuramente nella galleria genovese c’è tutto quello che serve per entrare approfondire Tornquist e le sue scelte, andando anche piuttosto oltre la superficie pittorica (e che superficie) di opere come Arctic fire. Poi dipende dalla singolarità di ognuno, dalla voglia o dalla semplice propensione ad incastrare quell’intitolazione Arctic fire – ci serviamo ancora questo gran pezzo come esempio pratico – alla gamma cromatica freddo/bruciante utilizzata da Tornquist, vale quindi a dire a una percezione con cui l’artista prova a farci vivere un’esperienza autentica, reale più che realistica. Ciò che, in tempi di pura ricerca concettuale made in anni ’70, lo stesso Tornquist aveva già approntato in un’opera chiamata Nuvola, dove l’espressione testuale del concetto mira all’esperienza percettiva dello stesso: in quel 50×50 ciò che leggo scritto è simultaneamente – e in pratica semioticamente – percezione di quella parola.
Ricerca e insegnamento: le Cassette didattiche
Una mostra non può perdere l’occasione di far imparare qualcosa, soprattutto in questo caso e soprattutto con Tornquist come maestro. Parliamo quindi delle Cassette didattiche, che hanno l’onore d’essere state esposte alla Biennale di Venezia del 1986. Ora non valutate questo dato come un’annotazione di merito in sé, concentratevi piuttosto sui motivi che hanno portato quarant’anni fa un lavoro del genere in Laguna. E, vale a dire, sul fatto che lì dentro è contenuto il Tornquist pensiero: tutto ciò che l’artista ha ricercato e prodotto negli anni l’ha messo in quelle 11 cassette. Non era poco ai tempi come non è poco oggi, in una mostra che ti permette di passare dalla teoria alla pratica e viceversa, dove la Cassetta 6 “Luce & ombra” spiega i rapporti tra queste polarità nella maniera meno astratta possibile, portandoli nella realtà delle facciate di un edificio popolare di Settimo Torinese. La stessa realtà a cui appartiene un Untitled in gesso che, ancora una volta, scrive per descrivere la rifrazione luminosa nella plasticità testuale della parola “Lux”, o un altro, un 50×80 del 1980, una specie di dittico in cui la posizione angolare è funzionale proprio a far interagire le ombre e le luci prodotte dall’artista con quelle espresse dallo spazio circostante. Anni più tardi, e siamo nel 2001, le tre colonne e le loro superfici dipinte a righe propongono la medesima interazione ambientale, rendendo sempre più difficile la distinzione tra ciò che è scelta dell’artista e ciò che è effetto dello spazio-luce. «L’illuminazione viene percepita come un fenomeno al di fuori delle cose percepite» è una delle frasi che si possono leggere proprio nella Cassetta 6 di cui sopra. Se ci aggiungiamo che un’altra è «Il colore comunica la luce», Tornquist è a buon titolo uno degli astrattisti più realisti dal secondo dopoguerra ad oggi.
