Mario Schifano: correre rapinoso attraverso le cose del mondo

di Alberto Salvadori

 

"Ti vorrei portare in una strada vicino a Piazza del Popolo per vedere le strisce pedonali. Lì ho pensato di fare i quadri monocromi. Per me tutto è cominciato in quel momento"[1].

 

Per un po' la critica e il pubblico accompagnano l'Opera e l'artista, poi la critica svanisce e rimangono l'artista e le persone che accompagnano e non lasciano il lavoro, poi rimane l'opera che va avanti da sola, sebbene un'altra Critica e altre persone a poco a poco comincino a riaccompagnarla, sulla sua nuova rotta.

Il circolo continua e l'Opera continua il suo viaggio.

 

Il viaggio e il lavoro di Mario Schifano sono stati intensi e mai lasciati soli, nel decennio dei '60 e '70 è l'arte che si svolge e rivolge all'oggetto, alla realtà; una nuova coscienza attenta, in relazione alla città, allo spazio umano, alla vita, alle passioni.

Una grande opera, come un grande libro, un grande film, un grande scatto fotografico, parlano sempre e soltanto di niente ma dentro c'è tutto

Tutto agiva su di lui, sul suo modo di vedere, pensare: i film, la segnaletica, la pubblicità, divengono strumenti e mezzi linguistici per gli artisti, nel suo caso senza diventarne il fine.

Lui meglio di altri lo capisce, subito, autonomamente, e per questo si differenzia, in assonanza prima dai fenomeni americani come la pop e il new dada, e poi da chiunque altro per l'intera carriera.

Un elemento pregnante e imprescindibile nel suo essere ed esistere, è la fotografia, o meglio il campo fotografico, che si estende anche al cinema, con una lettura personale, in molti casi in anticipo su quello che sarebbe successo dopo nella elaborazione dell'immagine.

Inizia così la vicenda di Mario Schifano: il quotidiano e la vita reale entrano e divengono protagoniste del suo lavoro. Non omette il vissuto, anzi lo esalta e lo rende il principale attore del suo essere artista. Il titolo di questa mostra ci dà il senso del divenire nella sua opera attraverso la cattura di immagini, siano esse statiche siano esse in movimento. In fondo il nomignolo a lui dato da Parise, il Puma, definiva bene una delle grandi qualità di questo straordinario artista: la sua agilità felina e ferina nel cogliere l'attimo della vita.

Sua compagna di viaggio fin dall'inizio è la macchina fotografica, in versione 6x6 e 35 mm, poi anche la polaroid. La visione schermica intesa come elemento strutturale e concettuale diviene essenziale nella pittura di Mario Schifano e anche il cinema come altro paradigma assunse una sua rilevanza.

Nel decennio dei '60 Schifano compie i suoi tre viaggi americani; al suo arrivo a New York nel 1963 è colpito dai cartelloni pubblicitari - neri - sulla morte di John F. Kennedy e li fotografa; come fotografa la città con prospettive di ogni tipo, con tagli e inquadrature che riflettono una voracità visiva inarrestabile. Andare per strada, in viaggio, vedere, conoscere, lo sprona ad una nuova sensibilità, che va dal quadro-finestra al quadro-schermo. I monocromi sono creati con grandi campiture di colore, uniforme, aggregato e disgregato da una stesura a smalto che cola e infrange il bordo dello schermo. L'immagine fotografica diviene una superficie visiva, le immagini della strada, della vita, potrebbero essere proiettate e accolte su queste superfici. Maurizio Fagiolo dell'Arco, tra i più acuti interpreti del lavoro di Schifano scrisse: "L'arma di Schifano è il régard, un occhio-obiettivo, una camera fotografica mentale. Non vede una cosa ma la vede 'inquadrata', la vede 'angolata', considera cioè il mondo-della-vita dietro uno schermo, che è oggettivo ma finisce per dare un'impronta 'astratta' agli ultimi frammenti mondani"[2]. Le immagini fotografiche divengono nel tempo aggregazioni visionarie, testimonianze di momenti irripetibili e divenuti nel tempo mitici, montaggi e sovrapposizioni di soggetti e sensazioni. Si percepisce dalle stesse una "smania di bruciar tappe", "quel suo correre rapinoso attraverso le cose del mondo", "eccezionale qualità di puntare d'istinto ai bersagli giusti"[3]. Il periodo dal 1960 al 1962 è legato al riquadro monocromo, dove interviene l'analogia dello schermo cinematografico o la forma di una 6x6 o di una diapositiva. Il monocromo rimane poi tema ricorrente fino alla fine degli anni '70. Nell'opera di Mario Schifano le immagini non funzionano più nel modo in cui siamo abituati a leggerle, siamo costretti a riconsiderarle, svaniscono i rapporti della fotografia come mezzo per fissare una verità e una memoria. Quello che viene dato per scontato in termini pittorici e fotografici con Schifano evapora, ci pone di fronte ad un nuovo modo di affrontare realtà e invenzione che in lui diviene manipolazione attraverso la pittura. La carta usata nei monocromi veniva imbevuta di colla Vinavil e applicata sulla tela, questo agli inizi dei '60, la carta rimane anche dopo nei '70 supporto privilegiato ma accompagnata da collage, dalla presenza di superfici ruvide applicate come quelle dei quotidiani, dove lo smalto scivola depositandosi in maniera meno controllabile, vivendo interiormente una gestualità, sapientemente orchestrata dall'artista. Aveva creato, in entrambi i casi, una nuova superficie, un nuovo contesto dove le immagini della vita si depositavano. Il lavoro nei '60, porta ad analizzare le funzioni, gli usi, i ruoli sociali, i contesti culturali e politici, che in tempo reale imprime sulle tele, sulle pellicole fotografiche e cinematografiche. Nel successivo decennio tutto ciò riaffiora come elemento germinale facendo emergere la domanda: quali sono i nuovi ambiti di creazione? È un esercizio di filosofia legato all'esperienza di vita, un richiamo all'analisi dei comportamenti reali e diffusi, in antitesi a quelli elitari o specialistici. Navigando - e con questo verbo si attualizza la visione delle opere di Mario Schifano - il suo pianeta sembra tutto mappato e visibile, in realtà, la sua forza sta nell'imprevedibile, nell'imbattersi in zone scoperte, una sorta di terrains vagues dove anche la pittura o la fotografia o il cinema non sembrano poter arrivare. Questi vuoti costituiscono una sorta di iconografia personale, dove lui soltanto era ammesso divenendo l'elemento irresistibile, attraente, conturbante del lavoro e della sua personalità. Schifano, con la sua opera - che poi è la sua biografia - ci appare come un sodale dalle connotazioni accentratrici, autoritarie, per aprirci poi improvvisamente, al contrario, a un sistema aperto, volontario e partecipativo alla sua arte. Il cambio epocale attivato da Schifano porta le immagini a disposizione di tutti e soprattutto di tutti gli usi: di quelli democratici, di conquista di spazi e di comportamenti, di resistenza e opposizione agli abusi e alle imposizioni.

Questo è il senso del cambio estetico.

All'ontologia si contrappone l'uso, all'autorialità l'accessibilità, all'appropriazione l'adozione, alla creatività l'attribuzione di significato. Tutto è a disposizione, va condiviso, scelto. Dall'archivio in divenire, - costituito dalla mole di scatti fotografici e kilometri di pellicola girata - come disponibilità dei materiali e pretesa di totalità, si deve passare alla collazione pittorica come esercizio del distinguere, rovistare, selezionare, riciclare. La memoria come registrazione ed esercizio per passare ad altre forme di memoria, selettiva e viva. Naturale quindi che si inseriscano linguaggi come la pubblicità, i media, ma anche la storia dell'arte e il quadrato di Malevich come incarnato di vita vera e non mero soggetto sublimato. Qui la vicinanza non è solo formale ma concettuale ed esistenziale. Il quadrato e le dediche al suprematista russo ci portano al titolo di un testo pubblicato nel 1921 che racchiude un concetto fondante nella vita artistica di Mario Schifano L'inazione come verità effettiva dell'umanità. [4]

In parallelo il paesaggio ri-compare piano piano, così come la natura e il naturale divenire delle cose ad esso legato: la segnaletica e gli elementi architettonici e compositivi di un immaginario all'epoca in evoluzione. La natura in lui contiene la naturalezza umana, si percepisce il desiderio di conciliazione dell'uomo attraverso una pittura semplice, senza angoscia.

Schifano è empirico e sperimentale, è affamato del mondo che gli si palesa davanti, trasforma tutto in pittura pura.

Il suo viatico per l'intero decennio dei '60 scorre a fianco di quello di una generazione di scrittori e poeti come i Nuovissimi, protagonisti assieme a lui di un saggio su Marcatrè, a firma di Alfredo Giuliani, o le grandi amicizie con Penna, Moravia, Ungaretti, Balestrini e O'Hara negli Usa, cineasti come Ferreri e critici come Maurizio Calvesi, sodale e amico della prima ora assieme ad Augusta Monferini, ed Emilio Villa, Tommaso Trini, Fagiolo dell'Arco. [5]

Tutto avviene senza dimenticare, anzi tenendo vivo, l'elemento della vita fuori dall'accademia, dalla dimensione prettamente intellettuale: il grande albero, il mare, il paesaggio a volo d'uccello, e la storia dell'arte con Leonardo, Piero della Francesca, Balla e Boccioni su tutti.

Il paesaggio viene verificato dalla mente pittorica di Schifano, non gli interessano le informazioni al completo, si concentra sui particolari, fin dall'inizio, quando il particolare è un monocromo e poi quello di propaganda.

Va in profondità delle cose, non si sofferma sulla apparente vastità.

Dalla messa a fuoco dei primi anni, dal primo viaggio negli USA, 1963-1964, inizia un periodo di accumulo di esperienze, informazioni e immagini, di avidità, di necessità di poterle fissare sulla tela.

La vita presentata come una sintesi del tutto.

La natura viene piegata alla sua volontà e tutto diviene illusione. La finestra, paradigma trattatistico della pittura, diviene in lui spazio mentale, connotato dalla sua proverbiale pigrizia, che lo depositava a lunghi periodi domestici.

Le opere sono slegate dal tema del capolavoro; al contrario sono la somma di esperienze totali raccolte e presentate in molti dipinti. Il romanzo novissimo di Schifano trova la sintesi compiuta nei monocromi riattivati nei due decenni '60 e '70.

La pittura cattura avvolge e distende, senza interruzioni un misterioso messaggio di molteplicità e suddivisione e soprattutto una continua frattura nell'ordine: è chiaramente un'operazione concettuale. Le tele e le carte di Mario Schifano sono come aperture spalancate sul mondo.

Partendo dalle vaste tessiture monocrome dei primi anni '60 subito si nota come sempre sia presente un elemento segnico o pittorico, un'iride di colore altro, che interrompe il campo definito. Il passaggio dai Sessanta ai Settanta, decennio denso di altra vitalità, testimoniato fin dalla mostra dai paesaggi TV alla Galleria Marconi nel 1970, dalle tele emulsionate a seguito del terzo viaggio in USA e la collaborazione con Emilio Mazzoli, continuava a vivere grazie alla scena della vita che si rinnovava ogni giorno in una Roma pronta ad accogliere generazioni di nuovi artisti come Kounellis e i concettuali torinesi, il gruppo dell'arte povera, Boetti sopra a tutti legato a lui da una forte amicizia. Schifano rimaneva Schifano, vicino e complice di molti ma sempre autonomo e indipendente da qualunque nuova etichetta o appartenenza. Per Mario Schifano dipingere era una forma di vagabondaggio, era come rubare alla storia dell'arte, alla fotografia, alla cronaca, all'amore, al sesso, in sostanza la vita!

 

 

 



[1] In Nancy Ruspoli, Schifano e l'immagine, in Mario Schifano, cat. mostra, Salone delle Scuderie in Pilotta, Parma, 1974, cit. in Schifano 1960-1964. Dal monocromo alla strada, Milano, Skira, Fondazione Marconi, 2005, p. 85.

[2] Maurizio Fagiolo Dell'Arco, Rapporto 60, pp. 151-152.

[3] Cesare Vivaldi in Schifano. Tutto, cat. della mostra, Galleria Odyssia, Roma, 1963, cit. in Schifano 1960-1964. Dal monocromo alla strada, Milano, Skira, Fondazione Marconi, 2005, p. 36.

[4] Cfr Francesco Vitali Rosati Il dolce far niente in Antinomie 18 maggio 2023. L'intenzione del titolo, Len' kak deistvitel'naja istina čelovecestva, è quello di giocare con i concetti di atto e opera, quindi con il cuore stesso della tradizione filosofica occidentale: la «totale inazione» evocata qui equivale infatti all'«azione come contemplazione dell'autoproduzione» (pp. 34-35), cioè a quello stato paradossale in cui non si partecipa più della natura, ma la si è immediatamente, giacché ogni fare è riassorbito completamente dall'essere. Come in altre profezie suprematiste, il télos della creazione è la compiuta autotrasparenza, il disvelamento della «non-oggettività» universale, sola libertà delle forme. Tanto l'inazione onirica quanto il movimento ubiquo del volo indicano quindi la medesima liberazione delle energie vitali dalle pastoie degli oggetti e degli scopi: il soggetto cosmico non può che volare, come la parola «volava» nello zaum cubofuturista, riconquistata la sua

espressività immanente, il suo significare immediato.

[5] Per una lettura delle frequentazioni e amicizie di Mario Schifano nel decennio 1960 un riferimento è la biografia Mario Schifano a cura di Luca Ronchi, ed. Joahn & Levi, Milano 2020