Alan Bee, Melissa e altre considerazioni, 2019

Flaminio Gualdoni

 

Wie man dem toten Hasen die Bilder erklärt, Come spiegare i dipinti a una lepre morta, è l’azione con cui Joseph Beuys debutta, il 26 novembre 1965, alla Galerie Schmela di Düsseldorf. Ciò che importa è che, in quell’occasione, come per un’unzione sacra il suo capo è cosparso di miele e di foglie d’oro: “Using honey on my head I am naturally doing something that is concerned with thought. The human capacity is not to give honey, but to think – to give ideas. In this way the deathlike character of thought is made living again. Honey is doubtlessly a living substance”.

Il miele, e con esso la cera, non sono frutti ordinari di una trasformazione meccanica di materia: sono prodotti di un sapere che tocca ulteriori, imperscrutabili sfere, sono un fare in se stesso altro.

L’imprinting, è noto, viene dalle Neun Vorträge über das Wesen der Bienen, tradotte come Nine Lectures on Bees,di Rudolf Steiner, nella prima delle quali, 3 febbraio 1923 al Goetheanum di Dornach, Svizzera, l’antroposofo afferma: “When one stands before a hive of bees one should say quite solemnly to oneself: “By way of the bee-hive the whole Cosmos enters man and makes him strong and able””.

Il miele è un sapere fondamentale della natura, e le api – individui e indisgiungibilmente collettività, implicate in un ciclo morte/rinascita che è misura essenziale del tempo – di tale sapere sono portatrici e custodi.

Il mito certifica la divinità delle api, il loro commercio continuo con il divino. La ninfa Melissa accudisce Zeus fanciullo che la madre Rhea ha nascosto sul monte Ida, a Creta, per sottrarlo alla ferocia divoratrice di Kronos: lo nutre del miele dell’ape Panacride mentre la capra Amaltea lo allatta. È lei, dunque, la ninfa-ape, che insegna a vivere dei frutti della natura senza impoverirla e senza ricorrere a uccisioni, a indicare all’uomo un modello superiore di civilizzazione. Aristeo, allievo prediletto delle ninfe-api di cui narra Virgilio del IV libro delle Georgiche, apprenderà da loro e insegnerà agli uomini le arti dell’apicoltura e della pastorizia.

Melissa è legata radicalmente anche al culto dell’Artemis efesia, la polymastòs (dalle molte mammelle): e melissai erano le sacerdotesse del tempio di Efeso, ed essenes, fuchi, i sacerdoti: l’ape regina essendo per eccellenza la dea stessa, erede diretta del culto atavico della Dea madre.

È probabile che Alan Bee – nom de plume di un autore che ha scelto per se stesso l’anonimato – non sapesse tutto questo, quando si è innamorato delle api e della loro vita. Nato in Germania, cresciuto in contatto continuo con la natura, da questa vita ha istintivamente e direttamente appreso il segreto più profondo, il porsi in consonanza con il naturale, il sapersi uomo proprio perché calato sino alle fibre più intime nei suoi cicli, nelle sue leggi, nelle sue epifanie. E quando ha sentito montare dentro di sé la spinta all’esprimere, anche dell’arte, techne e artificio per definizione, ha scavato e ritrovato le frequenze di un farsi sorgivamente naturale.

Alan Bee è, per eccellenza, “omo sanza lettere”, dunque non ha contratto il virus della demiurgia, del sentirsi artefice e ordinatore che impone norme e forme alla materia, né si è posto nella condizione di corrispondere a modelli estetici nati dall’arte e all’arte riferiti. In un libro del 1936 intitolato, per una sorta di destino, Les abeilles d’Aristée, Wladimir Weidlé ragionava sul “destin actuel des lettres et des arts” e sentenziava: “cherchez l’art seul et vous n’aurez pas d’art”, mentre coloro che in antico esercitavano l’arte vivevano in un mondo in cui “on devient artiste pour la raison même q’on est un homme”, dunque si agiva in un ambito di naturale socialità, non di una specializzazione divenuta alla lunga autoreferenziale. Come, si chiede Weidlé, tornare a quello stato? Con la consapevolezza che la Bibbia insegna nella vicenda di Sansone (Giudici, 14:8,9) per cui dopo la morte di un leone dalla sua carcassa “ecco nel corpo del leone era uno sciame d’api e il miele. Egli prese di quel miele nel cavo delle mani e si mise a mangiarlo camminando; quand’ebbe raggiunto il padre e la madre, ne diede loro ed essi ne mangiarono”: dunque, dal cadavere di un discorrere d’arte reso ormai blague può nascere un nuovo sciame vitale, una nuova fruttuosa necessità.

Alan Bee è partito da una constatazione diretta. La comunità in cui si genera l’arte deve essere unita, operosa, solidale come quella delle api, dunque l’artista deve immedesimarsi con l’ape stessa e la sua opera deve essere insieme singolare, perché, con Weidlé, è “une mission à lui seul confiée”, ma il nutrimento da cui sgorga e che produce è comune e a tutti è destinato, è la quintessenza di una socialità consonante con i tempi e i ritmi della natura.

Ben diversamente da Beuys, che aveva edificato e messo in funzione la sua Honigpumpe am Arbeitsplatz, Pompa di miele sul posto di lavoro, macchinario che fa fluire il miele come per circolazione energetica continua,con valore simbolico e didascalico, all’interno del Fridericianum di Kassel nel 1977, Alan Bee ha assunto il processo pittorico stesso per agire come e con le api, in un ambito di piena naturalità.

Ha stabilito, in prima istanza, la modularità cellulare del favo, che è in se stessa elemento strutturante, geometria non preconcetta, facendone dapprima l’elemento costitutivo di base dell’immagine, vocato a farsi ricettore di materie diverse. Esse, le materie, sono vissute all’inizio come sostanze, come quantità/qualità depositate e rapprese, con un forte grado di identificazione naturale. Poi, negli anni, sempre più il colore si è fatto protagonista, ma a sua volta inteso come snudata qualità in rapporto non apertamente preordinato con gli altri e capace di andamenti all’apparenza ciechi, non scrutati e non scrutabili.

Essi sono, in realtà, non indifferenti ma non preventivabili, e soprattutto si pongono in un punto di vista largamente altro: com’è il mondo, com’è la bellezza, se sei, se ti pensi, un’ape? Non qualcosa di esplicitabile e definibile, ma intuibile per equivalenza e, avrebbe detto Charles Baudelaire, per correspondance: e, à propos, anche l’apparato visivo delle api è costituto da migliaia di celle esagonali. È, secondo Alan Bee, un mood pienamente incarnato nel colore, nelle sue fluenze e nelle sue moltiplicazioni cellulari, fastosamente impure e vive com’è del naturale, all’opposto dell’algore e dell’assolutezza degli atti pittorici intenzionati.

Nelle sequenze di opere che nascono dal processo messo in atto da Alan Bee si dispiega l’idea stessa radiante di natura, di organismo, di lavoro, di purezza, di vita e morte che l’autore, come le api, sa al di là di ogni consapevolezza.

I suoi quadri sono, dunque, oggetti pittorici, senza ombra d’equivoco. Ma essi sono frutti d’un fare, e di un pensarsi fare, non ordinario, profondamente motivato ma per accedere al quale non si possono utilizzare gli strumenti d’approccio consueti. Vi è completamente messa in mora, ad esempio, l’attesa di ricezione che normalmente s’innesca di fronte a un quadro, e ne risulta straniato anche il codice di gusto comunemente vigente.

Certo, la tentazione di riferire i dipinti di Alan Bee a modi pittorici del passato prossimo e del presente è suggestiva, ma a sua volta non conduce da nessuna parte. Soccorre ancora, a questo proposito, un riferimento quanto mai opportuno agli Essais di Michel de Montaigne (I, XXVI): “Le api suggono qua e là i fiori, ma poi ne fanno il miele, che è tutto loro; non è più né timo né maggiorana: così i passi appresi da altrui, egli li trasformerà e mescolerà per farne un’opera tutta sua”.