L’artista Griffa: «Il successo è arrivato tardi. Meglio così, almeno non mi sono fossilizzato»

Alessandro Martini, Maurizio Francesconi, Corriere della Sera, Febbraio 16, 2022

di Alessandro Martini Maurizio Francesconi

 

All’avvocato-pittore torinese, oggi 85enne, il Centre Pompidou di Parigi dedica un’ampia retrospettiva: «In fondo penso di meritarmelo. Ma continuo a scommettere su una pittura fatta di segni che sono nelle mani di tutti, sull’idea di superare il concetto di artista dotato di privilegi e status».

 

 

Una retrospettiva in apertura il 2 marzo al Centre Pompidou di Parigi (fino al 27 giugno, a cura di Christine Macel, direttrice della Biennale di Venezia nel 2017) e una da poco conclusa al LaM di Lille, tre mostre in spazi privati a New York (da un importante gallerista come Casey Kaplan), Berlino (Galerie Kewenig) e a Roma (Galleria Lorcan O’Neill, dal 22 febbraio). È un momento di grande attività e riconoscimento internazionale per Giorgio Griffa (Torino, 1936), l’avvocato pittore a cui la sua città ha dedicato una doppia retrospettiva ormai più di vent’anni fa, nella Gam allora diretta da Pier Giovanni Castagnoli. «Certo, un successo forse tardivo, che non ho inseguito. Ma sì, in fondo penso di meritarmelo. Diciamo che lo vivo come qualcosa che poteva non arrivare e che invece è arrivato», confessa incontrandoci nel suo vasto studio in Vanchiglietta, in parte condiviso con il figlio architetto.

 

Come vive questa fase di rinnovato successo?

«Sono contento, anche perché tutto questo, compresa una certa difficoltà a ottenere un ampio riconoscimento, mi hanno dato la forza di rimanere giovane, di non fossilizzarmi. Ancora oggi vengo ogni giorno in studio, realizzo le mie opere su temi sempre nuovi. Abbiamo istituito il mio archivio, che da un paio di anni è diventato una fondazione a cui si dedicano mio figlio Cesare e mio nipote Giulio. Lavorano per ordinare le mie opere, realizzare progetti editoriali, accompagnare studiosi e galleristi. Stanno realizzando un archivio digitale complesso e tecnologico, una sorta di catalogo generale in continuo sviluppo».

 

Lei è stato attivo come avvocato per quasi cinquant’anni. È stato un impegno alternativo o complementare a quello di artista?

«Un artista ha dentro di sé lo statuto della trasgressione, in ogni artista convivono i contrari. Io stesso ora sto lavorando sul tema del dilemma. Dall’essere pittore mi è sempre venuto l’impulso a liberare la testa, dall’essere avvocato ho imparato a imporre ogni volta una regola, per poi magari trasgredirla. Non sono comunque mai stato incline allo scontro, e anche da avvocato mi dedicavo per lo più a istruire i casi. Sono più portato a studiare. Dagli 11 ai 25 anni sono stato un artista dilettante, alla Churchill, poi ho deciso che mi sarei impegnato a essere un artista. E allora sono andato a scuola, dal pittore Filippo Scroppo allora in corso San Maurizio».

 

Chi l’ha accompagnata in questi primi anni?

«Un’antica amicizia mi lega ad Alighiero Boetti e ad Aldo Mondino, fondamentale nel passaggio a occuparmi d’arte in modo serio e ad affrontare gli aspetti più emotivi dell’essere artista. Ma entrambi sono andati via presto da Torino. Per i contenuti più filosofici mi sono stati molto vicini Corrado Levi e Laura Petrazzini. Non ho mai fatto parte di gruppi di artisti, ma sono stato amico di alcuni dell’Arte Povera come Anselmo e Penone, anche se non ho mai partecipato del loro successo di mercato. Penso poi a Sperone, il gallerista con cui tutto è cominciato e a cui mi presentò proprio Levi, e poi a Martano, Biasutti e, fuori Torino, a due grandi critici romani come Filiberto Menna e Maurizio Fagiolo dell’Arco. Tra i 60 e i 70 abbiamo vissuto anni straordinari e abbiamo visto Torino cambiare, passando dalla città che non affittava le case ai meridionali a quella del couscous e delle verdure da tutto il mondo a Porta Palazzo».

 

Che cosa la interessa oggi?

«Io continuo a scommettere su una pittura fatta di segni che sono nelle mani di tutti, sull’idea di superare il concetto di artista dotato di privilegi e status. Oggi mi sento un po’ come Goya e Matisse, che sino alla fine della loro vita artistica sono stati capaci di rinnovarsi con forza. Leggo molto, soprattutto testi di divulgazione scientifica. Anche se credo che per me sia fondamentale la poesia. Il principio di dominazione e l’ordine gerarchico sono temi che da sempre sono confluiti nelle mie tele libere, senza cornice. Ho sempre voluto che avessero una vita propria, un valore di per sé. Anche se in passato hanno inorridito molti...».