Tropical Studio #19. Antonio Kuschnir: sovvertire l’ovvio

Matteo Bergamini incontra Antonio Kuschnir (“il colorista” come lui stesso ama definirsi) a Milano, poco prima dell’inaugurazione della sua personale Arcádia Incerta, in corso alla galleria ABC Arte fino al 4 aprile. Ecco l’intervista che ne è nata.
Matteo Bergamini , Marzo 13, 2026
Antonio Kuschnir (Rio de Janeiro, 2001), uno dei giovani pittori brasiliani più conosciuti della scena attuale, è in scena a Milano con la personale Arcádia Incerta alla galleria ABC-Arte. Rappresentato dalla galleria italiana e dalla WG di San Paolo – dove avrà un’altra personale ad aprile oltre a una collaborazione con la galleria maiorchina Baró, Antonio ha già confermato la sua partecipazione alle principali fiere brasiliane di quest’anno: vedremo i suoi lavori a SP-Arte, a FARGO – la fiera di Goiânia, dove la sua produzione sarà presentata da Ricardo Braudes – e ad ArtRio, a fine settembre. In transito tra la Germania – l’artista vive da due anni nei pressi di Colonia – e Rio de Janeiro, dove ha uno studio nel quartiere di Humaitá, incontro Antonio “il colorista”, come lui stesso si definisce, nei giorni che precedono la sua apertura italiana…
 

Antonio, ti ho invitato a partecipare a questa rubrica perché penso che il tuo lavoro abbia molto a che fare con la questione del paesaggio, nel senso più ampio del termine. In effetti, vedendo alcune delle immagini delle opere che compongono "Arcádia Incerta", la tua prima mostra a Milano, dopo la personale che hai avuto da ABC Arte a Genova, nel 2025, ne sono ancora più certo. Ma dimmi: come hai iniziato?

È un cliché, ma ho sempre amato disegnare, dipingere. È sempre stato qualcosa di presente nella mia vita, fin da piccolissimo. Mia madre mi ha sempre sostenuto molto. Ho partecipato al primo corso d’arte da bambino, al Parque Lage, a Rio. È stato un approccio fantastico, con insegnanti ottime. Dai 14, 15 anni, mi sono concentrato molto sul disegno. Avevo una pagina Facebook dove li pubblicavo, finché non ho iniziato ad avere un riscontro: i disegni venivano condivisi e ho cominciato a venderli. Con quei primi soldi ho iniziato a comprare le mie tele. Certo, ho avuto l’aiuto di mia madre, ma quel mondo era qualcosa che vedevo già come un lavoro, volevo vivere di quello. Per questo, quando è arrivato il momento di scegliere l’università, ero già sicuro di voler fare arte. Mi sono iscritto alla Scuola di Belle Arti dell’UFRJ (Universidade Federal de Rio de Janeiro, ndr), che ha un corso di pittura vero e proprio, perché la dimensione pratica mi interessa molto. Nel frattempo, ho anche iniziato a esporre un po’, a muovere i primi passi. E da allora, ho lavorato e vissuto di questo.

 

Di che anni stiamo parlando?

Mi sono iscritto alla Scuola di Belle Arti nel 2019. Ho avuto un primo anno normale, ma poi è arrivata la pandemia e tutto è diventato un po’ confuso. Ho concluso il corso nel 2024, ma stavo già realizzando altre cose contemporaneamente. L’università è stata ottima per imparare molto, ma non ho aspettato di terminare per darmi da fare: sono riuscito ad avere il mio studio e questo ha aiutato con la produzione di lavori più elaborati. Insomma, siamo qui, ora.

 

Dimmi una cosa: i social ti hanno davvero offerto opportunità concrete per sviluppare e sostenere i tuoi lavori?

Proprio così. Diverse opportunità che ho avuto sono arrivate tramite Facebook, che all’epoca era più usato, e oggi tramite Instagram. Tuttavia, non do priorità a questi mezzi, non faccio reel, video o storie appariscenti; i miei profili sono molto semplici, ma all’improvviso qualcosa salta fuori. Non dobbiamo subordinare il nostro lavoro al social, però sono un veicolo. Sebbene abbiano una serie di dinamiche deleterie, stancanti, persino problematiche, possono ancora aiutare.

 

Trovo interessante questo punto di vista, anche perché sei il primo artista che mi parla chiaramente di questa possibilità di mostrare il lavoro sui social, la cui rilevanza sarebbe ingenuo ignorare...

Per me è una possibilità di apertura, perché è anche un modo per far sì che molte persone vedano il lavoro e abbia una maggiore portata. A volte uno non viene alla tua mostra, ma conosce il tuo operato perché lo vede su Instagram. E questo ha il suo valore, no? Certo, la priorità resta la mostra, l’esperienza di vedere le opere dal vivo, perché è impossibile capire un dipinto solo da una foto, ma è bello anche avere un riscontro online, una qualche forma di trasmettere un’idea.
 

Hai iniziato a dipingere il tuo mondo fin dall'inizio?

Sì, sebbene all’inizio, ai tempi del Parque Lage, la mia passione fosse dipingere astratto, super colorato. Rothko, all’epoca, era la mia grande ispirazione. La questione del figurativo è venuta dopo, ma la questione dei colori è sempre stata presente nella mia vita; ancora oggi è una cosa che mi attira molto, sai? Quello che mi interessa della pittura è anche il suo aspetto formale. Poi ho iniziato a disegnare pensando molto al corpo, alle persone intorno a me, incluso l’autoritratto. Il desiderio della figurazione penso sia stato qualcosa di molto istintivo, o quasi: avevo voglia di rappresentare cose fisiche che potevo vedere, toccare. Anche se immaginate, erano sempre immagini di figure, di oggetti. Anche il decorativo mi stimola molto: le texture, i contrasti, le relazioni tra i colori. Esiste una linea sottile tra la priorità del figurativo e del contenuto, ma mi è sempre piaciuta l’idea di poter parlare del “mondo reale” attraverso la pittura. Di fare, in un certo senso, un commento su ciò che esiste e su ciò che potrebbe esistere.

 

Quando ho visto il tuo lavoro per la prima volta credo di aver pensato a Marc Chagall, sai? Cavalli volanti, coppie mano nella mano. Soggetti che forse non hai mai dipinto, ma che sono rimasti nelle mie immagini mentali. C'è anche una questione onirica, vero?

Non che le mie tele parlino di sogni, ma che abitino in un universo onirico, come hai detto tu, sì. Amo l’idea che l’impossibile diventi possibile, l’improbabile diventi ovvio, capisci? Amo queste contraddizioni che l’aspetto del sogno permette di esplorare.

 

Ricordo il grande lavoro che hai esposto con WG di San Paolo, ad ArtRio dell'anno scorso, che era un grande coccodrillo, con quella dentatura gigantesca, mentre accanto a lui c'era una donna sdraiata, quasi una sirena. Entra anche la mitologia?

Una delle cose interessanti di quel quadro, per me, è proprio il contrasto tra un elemento estremamente minaccioso e la calma della ragazza che galleggia nell’acqua. Mi piace immaginare che il pericolo stia per scatenarsi, ma che alla fine non accada. Rimanda a un’inversione di sensi ovvi. Giocare con queste percezioni mi interessa: allo stesso tempo in cui l’immagine si propone – almeno inizialmente – come vita immaginata della realtà, tradisce anche le nostre aspettative. È mettere in discussione il nostro universo.

 

A proposito della quotidianità dell'universo, com'è la tua routine di pittore, visto che vivi tra le due sponde dell'Atlantico, saltando da Colonia a Rio de Janeiro?

Sono molto metodico, anche se non lo sono nella vita in generale. Credo molto nel detto che circola nell’arte secondo cui non puoi aspettare che arrivi la musa dell’ispirazione: lei deve trovarti già al tuo tavolo di lavoro; deve sapere che tu sarai lì quando arriverà. È vero. Non è questione di dipingere per dipingere, né di quantità: è una questione di pratica. Sembra ovvio, ma sento che produrre ogni giorno mi dà la possibilità di sciogliere la mano, riscaldando il processo e anticipando le varie richieste. Non devo entrare in modalità: “Ok, ora devo sedermi e produrre qualcosa”; sono già abituato e tutto scorre. Tuttavia, non è detto che la mia produzione sia rapida.

 

Era la mia prossima domanda...

Ci sono alcuni dipinti che scherzosamente dico essere come un Van Gogh: un’esplosione di colori. Altri richiedono tempo. Ce ne sono alcuni a cui ritorno anni dopo e cambio diverse cose. Poco fa, a Rio, ero in questo processo di revisione: c’erano diversi lavori che erano lì, che avevano bisogno di tempo. Ne mostrerò alcuni a SP-Arte e alla personale da WG. Insomma, ho diverse opere che hanno richiesto anni di produzione, dal 2020 al 2025: ci ritorno sopra, le ritocco. Quindi, anche stando tutto il giorno in studio, non necessariamente finisco una tela al giorno, anche se può capitare. L’unica interruzione della routine è quando cambio Paese o sono in viaggio, così c’è una pausa obbligata. In questo senso è sempre un ricominciare, riabituarsi all’ambiente, allo spazio, agli orari. Lì sì, devo sbloccarmi, devo letteralmente scaldare la mano perché capisca cosa sto facendo. Per me la pittura è mano, occhio, cervello e connessione: queste quattro cose devono essere sincronizzate. Ogni tanto, nei giorni in cui sono un po’ più stanco o frustrato, mi accorgo che tutto funziona tranne un elemento; a volte l’emozione c’è, ma la mano non è in sintonia con ciò che vuoi. È sempre una questione di armonia generale.
 

Dato che stiamo parlando dell'atto del dipingere e che questa rubrica si concentra sul rapporto tra arte e "paesaggio": percepisci un cambiamento di soggetto, di temi, di luce dal Brasile alla Germania, e dalla Germania al Brasile?

Totalmente. E c’è di più: ci sono momenti in cui sono in Germania, ma sto facendo qualcosa per il Brasile. Così, alcune visioni prodotte nell’emisfero nord hanno ancora un’aria brasiliana. Da quando sono arrivato in Germania ho scoperto cosa sia il freddo: in Brasile non esiste niente di simile. Ora, per la prima volta, nei miei dipinti sta apparendo la neve, paesaggi di ghiaccio. Quello che prima era immaginazione, ora è diventato soggetto. Anzi, nella mostra da ABC, ce ne sono tre o quattro con la neve, le figure sono più vestite, hanno abiti giganti, ben coperte. Sono cose sottili, ma che emergono. Anche i riferimenti cambiano: sia in Germania, che in Italia, Svizzera, Francia, entri in contatto con la storia dell’arte europea che ha cavalieri, Santi, Papi, donzelle, tutti quegli archetipi del Rinascimento, del Medioevo. Per questo penso che ci sia qualcosa di europeo che è entrato definitivamente nella mia produzione, mentre in Brasile ho usato per molto tempo scenari molto più tropicali, l’abbondanza della natura, che ancora mi attrae. Insomma, sento bene questo scambio: queste due realtà che contribuiscono al mio lavoro.

 

A proposito di riferimenti, avevi già visitato Milano? Ti ispira l'arte antica?

Sono venuto a Milano altre due volte e nonostante siano state visite rapide, ho potuto vedere abbastanza musei. Quanto alla mia ricerca, ci sono diversi dipinti con riferimenti all’arte italiana: in “Arcádia Incerta” ci sono opere che riportano frammenti di opere che si trovano alla Pinacoteca di Brera. C’è un Tintoretto lì che adoro. L’arte italiana è qualcosa con cui sto entrando molto in contatto ora. I pannelli del Veronese, per esempio, sono incredibili – i colori mi affascinano. Ma forse il mio pittore italiano preferito è Paolo Uccello: sono completamente innamorato delle sue battaglie. Poi c’è il lato del Modernismo francese. Matisse, per esempio, è un super riferimento per me, specialmente per quanto riguarda il colore, la bellezza della decorazione, quell’idea di creare immagini che portano una certa nozione di “Lusso, calma e voluttà”, che è anche il titolo di un suo quadro. Matisse riesce a portare una contraddizione che mi interessa: le immagini sono piacevoli, idilliache, ma la pennellata in sé è spesso grezza, quasi aggressiva. In Brasile, poi, i grandi murales di Portinari mi hanno sempre colpito: questo tema delle composizioni con molte figure, quest’idea di pittura storica – ma senza una storia definita. Scherzo dicendo di dipingere “ambienti storici immaginati”. Mi interessa questa nozione di scena, di personaggi che a volte si ripetono. E prima di Portinari, c’è la pittura accademica brasiliana dell’Ottocento: Almeida Júnior, per esempio.

 

Ora che hai nominato Almeida Júnior è come se il titolo "Arcádia Incerta" avesse più senso...

“Arcádia Incerta” è un titolo nato in conversazione con Milovan Farronato. Stavamo discutendo della mostra, cercando qualcosa che unificasse i lavori, e le parole che tornavano onnipresenti identificavano quest’idea di arcadia, di idilliaco, di pastorale: temi che mi hanno sempre interessato. Penso molto alle opere di artisti come Giorgione, con quelle figure sull’erba, di questa tradizione del paesaggio con figure in riposo. Mi è sempre piaciuto molto. In questi lavori più recenti, e in questa mostra, è diventato molto evidente: quasi tutti i dipinti portano questa sensazione di piacere, di calma, quest’atmosfera arcadica. Tuttavia, questa calma è sempre interrotta, perforata, da qualcosa che sta per accadere, insinuata, come una possibilità di sovversione. C’è un’inquietudine che aleggia. Ci sono figure che riposano sull’erba, ma accanto appare una creatura mezzo demoniaca, o qualcosa di strano. Ci sono scambi tra personaggi che possono essere piacevoli, ma portano anche qualcosa di orribile, di ambiguo, come abbiamo già detto. “Arcádia Incerta” è questo: un paradiso che non è mai del tutto sicuro, una tranquillità che porta con sé la percezione dello straniamento. Rompe con le certezze.
 

Direi che, pur essendo una costruzione "immaginaria", riesce a parlare anche del mondo, delle cose oscure che permeano il nostro quotidiano...

Sì, della dualità del quotidiano. È impossibile vivere in un’armonia perenne e, se ci si riuscisse, sarebbe un’illusione. Sento che questa tensione è presente in tutte le opere. Infatti, l’opera che compare sul manifesto della mostra è una scena molto idilliaca, ma quando la guardi con attenzione vedi addirittura un gallo e un serpente sul punto di azzuffarsi. Sono questi piccoli elementi che si inseriscono e perturbano la superficie tranquilla. C’è un’altra tela con un uomo a cavallo, che si guarda indietro e vede la testa di un gigante spuntare da dietro le montagne. Insomma, una serie di immagini che portano quest’idea di dualità, di incertezza. Tutta questa tensione accumulata esplode nella tela più grande della mostra: una scena di battaglia larga più di tre metri con decine di personaggi. È una produzione quasi megalomane e, sinceramente, la mia preferita. Lì la violenza appare in modo esplicito: gente che cade, sangue, armi. È un misto di medievale e contemporaneo, perché ci sono fucili e spade. Forse sarà qualcosa di inaspettato per quelli che seguono il mio lavoro, poiché non c’è mai stata – fino ad ora – tanta violenza esplicita.

 

La mostra è pensata come un percorso che arriva lì, a quell'esplosione?

Non necessariamente. È qualcosa che percepisco nel momento in cui riunisco tutti questi lavori. È come se questa tensione si armasse man mano e guadagnasse forza per esplodere al momento giusto.

 

Tutto ciò che è in "Arcádia Incerta" è stato prodotto in Germania?

Più o meno. Una parte è stata prodotta in Brasile, un’altra in Germania. Ho dato qualche ritocco finale qui in Italia: cose basilari, ma che mi piace sempre fare. In altri casi, come è successo a Genova nella precedente mostra da ABC, ho apportato modifiche più sostanziali ai lavori già in galleria, poco prima dell’inaugurazione. Questo accade perché mi piace pensare alla mostra come a un insieme, un’unità, non solo una raccolta di lavori uniti solo da un determinato periodo.
 

Credo che non sia così comune, sai? Di solito gli artisti arrivano alla mostra molto di fretta: l'allestimento quasi sempre finisce all'ultimo minuto, senza tempo per rivedere e risolvere assolutamente nulla...

Già, ma a me piace coinvolgermi in tutte le fasi. Come ho già detto, questa metodologia di lavoro fa parte di me. Mi fare le cose a modo mio. Al momento dell’allestimento mi piace dire la mia su dove va ogni quadro: l’altezza, la cornice, se ci sta questo o quello. Mi piace avere una settimana per far riposare l’occhio, vedere se l’esposizione funziona, cosa dialoga con cosa, cosa ha senso, cosa no, cosa tolgo, cosa aggiungo. Per me, la mostra è un momento importante perché il lavoro ha bisogno di essere visto da tutti. Ci penso come a un’opera teatrale: provi, studi le battute, hai un costume incredibile, impari tutto a memoria. È un processo lungo. Ma la cosa accade davvero quando si aprono le porte del teatro, il sipario si alza e il pubblico può interagire con il lavoro. Certo, l’opera non nasce lì, ma lì inizia una nuova fase della sua vita. Per questo do tanta attenzione a questo momento. Mi piace curarlo. Queste analogie teatrali, tra l’altro, sono in tutta la mia opera. Ho fatto teatro amatoriale per dieci anni: lezioni, corsi, spettacoli. Oggi mi piace portare questi ricordi nel lavoro, tanto che la maggior parte delle volte i termini che uso per descrivere sono questi: scenari, personaggi, costumi, protagonisti, comprimari, personaggi che si ripetono, elementi che ritornano. In questa mostra, tra l’altro, c’è un dipinto con un sipario rosso, che occupa quasi gran parte della tela, e uno dei personaggi lo sta aprendo.

 

Questa è un'altra questione dell'arte che trovo molto interessante e che per qualcuno potrebbe essere fuori moda: la mimesi. Il teatro è imitazione, l'arte è rappresentazione: scegli di crederci, emozionandoti, impressionandoti, persino terrorizzandoti...

Esattamente. È vedere un Cristo dipinto e soffrire con lui, per lui, o a causa sua. Penso che l’arte abbia questo obiettivo, questa funzione di far credere allo spettatore che quella cosa, in un certo senso, sia reale pur sapendo che non lo è. Una delle cose più eccitanti dell’arte, per me, è esplorare questo lato.

 

È quasi come se creassi un diorama, anche se non è un'opera tridimensionale e scientifica – come richiederebbe un diorama. Ma insomma, crei un ambiente.

Non ci avevo mai pensato, ma credo abbia senso. In effetti, tratto i miei soggetti come organismi viventi. Alcuni sono basati su persone reali: io stesso appaio in diversi lavori, anche il mio compagno, mia sorella, mia madre, amici; loro convivono con figure immaginate o figure di altri quadri che ho osservato nel tempo.

Quindi l'astratto è stato completamente dimenticato?

A prima vista forse sì, ma in realtà no. Quel quadro che hai menzionato, del coccodrillo che era ad ArtRio, è un esempio che mi piace fare quando parlo di questo mio interesse per l’astrazione all’interno del figurativo. Per esempio, la sua pelle è completamente astratta. Diverse opere che sono in “Arcádia Incerta” hanno vestiti super elaborati, panneggi nei quali inserisco vari elementi astratti che possono essere letti come un semplice motivo di un tessuto, ma che per me funzionano anche come dispositivi di astrazione all’interno di un dipinto figurativo. È un processo che mi affascina molto: l’astratto non si rivela in primo luogo ma rimane all’interno della composizione. Anzi, inizio abbozzando la tela con linee, quadrati, pezzi geometrici per indicare a me stesso cosa entrerà in scena.
 

Non usi fotografie o illustrazioni come riferimento?

Ogni tanto sì, ma per realizzare cose molto specifiche; raramente prendo una foto e la dipingo. A volte capita che cerchi una migliore corrispondenza con un elemento, quindi uso la foto, ma non è nella mia prassi. Anche i bozzetti stessi restano incomprensibili per chi li vede dall’esterno: restano sempre super stilizzati, super semplici, servono solo per farmi capire la composizione, i movimenti, le linee di forza, le tensioni che introdurrò. Tuttavia, alla fine, è sempre la pittura che comanda; lei domina e tu devi essere aperto alle sue regole.

 

Stai dicendo che è il colore a dominare?

Esatto. Infatti, quando parlo di pittura mi riferisco proprio al colore. Il colore è la chiave per risolverla: a volte è un blu che deve trasformarsi in rosso, un rosa che deve diventare verde. Altre volte è una composizione che impiega un sacco di tempo per funzionare: ed ecco che rimuovi una figura o cambi l’orientamento di un braccio, metti quello che è sotto sopra. Dico che la pittura richiede sempre, implica cambiamenti. E anche se sapessi esattamente cosa voglio, penso che ci sarebbe sempre qualcosa di inaspettato che accade. Anche un errore, tra virgolette, apre nuovi spazi per dipingere.

 

Lavori su più opere contemporaneamente?

Dipende molto dal dipinto e dal momento. Per esempio, quando sono nel processo di preparare una mostra, mi piace fare le cose in modo più condiviso. Ma in molti casi, ci sono lavori che si presentano come un problema da risolvere. Quando si presenta una sfida, rimango concentrato su quella finché non la risolvo, per poter passare alla successiva. Insomma, non ho una regola per questo. Per esempio, l’ultimo quadro che ho dipinto a Rio, prima di venire a Milano, non appartiene a nessuna serie: è un autoritratto, una scena classica ma con un tono quasi comico, un po’ caricaturale. Appaio mentre dipingo con entrambe le mani contemporaneamente, su due tele diverse, e anche con entrambi i piedi e con un pennello tenuto in bocca. In totale, sto dipingendo cinque tele simultaneamente. L’idea è nata guardando un disegno di Hokusai: un altro sviluppo…

 

È curioso, anch'io imparo dagli artisti: scopro i metodi di ciascuno e le lotte che intraprendono con la propria produzione. In generale direi che sono più i momenti di lotta che quelli di tranquillità...

Posso dire che, a volte, la migliore medicina per un dipinto è girarlo e dimenticarlo per un po’. Almeno secondo il mio modo di lavorare. Capita anche che tu finisca un lavoro che al momento ti sembra perfetto, ma che subito dopo vedi come incerto: è necessario prendere le distanze, anche psicologicamente.