L’incredibile sotto i nostri occhi. Bertozzi & Casoni da ABC-ARTE Genova

GENOVA | ABC-ARTE | Fino al 10 settembre 2026
Daniele Panucci, ESPOARTE, Luglio 20, 2026

Prima ancora di entrare nelle sale di ABC-ARTE, il visitatore è accolto da una domanda riportata a parete: What’s the most incredible thing you’ve done? È il titolo scelto da Alberto Mattia Martini per la mostra dedicata a Bertozzi & Casoni, nato da una frase rinvenuta quasi per caso su una lavagnetta nello studio degli artisti a Imola. Un semplice esercizio di inglese, forse, che il curatore sottrae alla quotidianità trasformandolo nella soglia concettuale dell’intero progetto espositivo. Non è un titolo imposto alle opere, ma una domanda emersa dal luogo stesso in cui esse prendono forma. Ed è proprio dallo spirito di quello studio – autentico archivio di idee, oggetti, memorie e meraviglie sedimentate in oltre quarant’anni di ricerca – che nasce una mostra capace di restituire l’universo di Bertozzi & Casoni senza pretendere di racchiuderlo entro un’unica chiave interpretativa.

Prima personale del duo artistico in Liguria, l’esposizione riunisce circa trenta opere e attraversa i nuclei fondamentali della loro ricerca. Composizioni floreali, oggetti d’uso quotidiano, elementi industriali, animali, rimandi alla storia dell’arte e monumentali accumuli di scarti convivono negli spazi della galleria costruendo un percorso che procede per associazioni e continue sorprese. Più che una retrospettiva, è un’immersione in un immaginario coerente, dove ogni opera dialoga con le altre pur mantenendo una forte autonomia narrativa. Non stupisce, dunque, che la mostra stia richiamando un pubblico numeroso e sorprendentemente trasversale, ben oltre gli ambiti specialistici della ceramica contemporanea.

È davanti a queste opere che accade qualcosa di insolito. Dopo il primo impatto nasce quasi inevitabilmente il desiderio di avvicinarsi. Non per cogliere un dettaglio sfuggito, ma per verificare un dubbio: una piega della plastica, la trasparenza di un involucro, la superficie ondulata di un cartone, la leggerezza di una piuma sembrano chiedere una conferma che l’occhio, da solo, non riesce più a dare. Lo sguardo rallenta, torna sui propri passi, cambia continuamente punto di osservazione. È difficile sottrarsi alla tentazione – inevitabilmente frustrata – di allungare una mano verso la superficie delle opere, perché la vista non basta più a distinguere ciò che è reale da ciò che è simulato grazie alla ceramica.

 

È un’esperienza sorprendente anche per chi frequenta abitualmente questo mediumBertozzi & Casoni costringono il visitatore a concedersi tempo. Ogni ritorno sull’opera rivela un dettaglio che poco prima era sfuggito. Più che essere guardate, queste sculture vengono percorse dallo sguardo. Viene spontaneo pensare alle riflessioni di Mary Acton in Guardare un quadro, dove l’autrice insiste sulla necessità di educare il fruitore ad uno sguardo lento. La mostra sembra tradurre quella lezione in esperienza concreta. Non invita il pubblico a rallentare: costruisce le condizioni perché non possa fare altrimenti. In un presente dominato dal consumo rapido delle immagini, Bertozzi & Casoni restituiscono all’osservazione il tempo che le appartiene.

Solo allora emerge la natura del loro virtuosismo. La ceramica perde ogni riconoscibilità: diventa plastica, metallo, vetro, cartone, materia organica. Ma sarebbe un errore fermarsi alla perfezione mimetica. L’illusione è il dispositivo attraverso cui gli artisti incrinano la nostra fiducia nella percezione, costringendoci a riconsiderare il rapporto fra ciò che vediamo e ciò che crediamo di conoscere.

Fra le opere esposte, Terra! (2019) rappresenta il momento di maggiore intensità del percorso. Monumentale per dimensioni e ambizione, è una straordinaria celebrazione della bellezza dei rifiuti del lavoro. L’accumulo si trasforma in paesaggio, lo scarto in materia di contemplazione. È impossibile coglierla in un solo colpo d’occhio: lo sguardo la attraversa come un territorio, seguendo una trama inesauribile di dettagli e relazioni. In una città che ha costruito la propria identità sul lavoro, sul porto e sulla trasformazione delle materie, Terra! acquista una risonanza ulteriore. La sua monumentale geografia di scarti sembra dialogare con la memoria operosa di Genova, ricordando come anche ciò che viene espulso dal ciclo produttivo continui a custodire la storia del lavoro che lo ha generato.

 

Alberto Mattia Martini coglie con precisione il senso di questa ricerca quando scrive che «gli oggetti si configurano come vestigia del contemporaneo, testimonianze di una condizione antropologica segnata dall’accumulo, dal consumo e dalla trasformazione continua del mondo materiale». Una definizione che sposta l’attenzione dal semplice repertorio di oggetti alla loro capacità di raccontare il nostro tempo. Gli accumuli di Bertozzi & Casoni non sono semplici composizioni, bensì piuttosto archivi del presente ed ecosistemi della contemporaneità. Conservano la memoria del consumo, degli sprechi, delle abitudini domestiche e del lavoro umano, ma allo stesso tempo danno vita a nuovi equilibri, nei quali ogni elemento continua a dialogare con gli altri. La ceramica interrompe il destino effimero di questi materiali e li sottrae alla decomposizione, trasformandoli in testimonianze permanenti del nostro tempo.

Dentro questi paesaggi fanno spesso la loro comparsa animali dalla marcata teatralità. Non svolgono una funzione ornamentale né puramente simbolica: sono personaggi, attori silenziosi che sembrano dialogare con il mondo costruito dall’uomo. Emblematico è il caso del pappagallo, un’ara ararauna, specie abituata alle fitte foreste tropicali, che Bertozzi & Casoni immaginano antropizzato, intento a costruire il proprio rifugio all’interno di una Brillo Box warholiana. L’icona della cultura pop diventa così un improbabile habitat contemporaneo, dove natura e artificio finiscono per convivere nella stessa immagine.

 

Warhol, così come César, Manzoni, Fontana e Rauschenberg, non è un semplice riferimento, bensì uno degli interlocutori di un dialogo che attraversa l’intera mostra. Non è un caso che queste citazioni si concentrino soprattutto attorno al clima delle neoavanguardie, quando cioè l’arte ridefinisce radicalmente il concetto stesso di opera, accogliendo gli oggetti della quotidianità, rivalutando lo scarto e mettendo in discussione il valore stesso della materia. Se Warhol riflette sulla serialità del consumo, Manzoni sulla mercificazione dell’opera, César sul destino del rifiuto industriale e Fontana invita a oltrepassare la superficie, Bertozzi & Casoni raccolgono quella eredità senza mai limitarsi a ripeterla pedissequamente. La loro risposta passa attraverso la ceramica, intesa non solo come tecnica ma anche e soprattutto come linguaggio capace di sottrarre il presente alla sua naturale e fisiologica scomparsa.

Quando si lascia la galleria, la domanda iniziale continua ad accompagnare il visitatore. What’s the most incredible thing you’ve done? Dopo aver attraversato questo universo viene quasi da rispondere che l’impresa più incredibile di Bertozzi & Casoni non consiste nell’aver trasformato la ceramica in plastica, cartone o metallo, bensì aver restituito dignità a ciò che siamo abituati a scartare. Non è un caso che Stefano Dal Monte Casoni abbia più volte ricordato come perfino una discarica possa rivelare una bellezza inattesa, se solo la si potesse osservare senza l’odore che inevitabilmente la accompagna. È forse questa l’intuizione che attraversa l’intera mostra: restituire dignità a ciò che la società ci ha portato a definire scarto. E che, talvolta, l’arte non fa altro che insegnarci a riconoscere l’incredibile sotto i nostri occhi.