Di cosa parliamo quando parliamo d’arte e di stupore. Bertozzi & Casoni ci sorprendono ancora, a Genova

Alessandro Riva, ARTUU, Agosto 17, 2026

What We Talk About When We Talk About Love?, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? scriveva Raymond Carver all’inizio degli anni Ottanta, in una delle sue più celebri e straordinarie raccolte di racconti, raccontando la crisi del contemporaneo attraverso le vite apparentemente minime, le relazioni interrotte, i drammi, le case, e i motel della profonda provincia americana. Mi è tornata in mente questa citazione leggendo il bellissimo titolo scelto da Alberto Mattia Martini per la mostra di Bertozzi & Casoni allestita fino al 10 settembre alla Galleria ABC-ARTE di Genova, che recita testualmente: What’s the most incredible thing you’ve done?, Qual è la cosa più incredibile che hai fatto? Bertozzi & Casoni, come Carver, ci invitano infatti a riflettere sulla meraviglia, sullo stupore e anche sulla malinconica drammaticità della vita contemporanea attraverso i loro sorprendenti accumuli di oggetti, di rifiuti, di vestigia dell’umano, come le chiama Alberto Mattia Martini nel testo della mostra.

 

Perché, in questi anni, di opere di Bertozzi & Casoni ne abbiamo viste tante, nelle fiere, nelle gallerie, nei musei, e abbiamo imparato ad apprezzarle, ad amarle svisceratamente, a riconoscerne il linguaggio, la ricchezza barocca, quel gusto quasi ossessivo per il particolare, per la superficie corrosa, per la piega di uno straccio o di una busta di plastica, per la ruggine che cola lungo un bidone. Dovremmo dunque esserci ormai abituati, conoscerne il segreto una volta per tutte, non lasciarci più sorprendere; e invece, ogni volta, torniamo ad avvicinarci, a guardare meglio, a domandarci se davvero sia tutto realizzato in ceramica. Tutto, sì, tutto: il metallo, la plastica, il cartone, i panni ammassati, le piume di un fenicottero o di un pappagallo, le uova intere e quelle rotte, i fiori, gli insetti, i fogli accartocciati, le tazzine sporche, i resti di un pasto. Sappiamo benissimo quale sia la risposta, eppure continuiamo a non fidarci del tutto di ciò che vediamo, perché la meraviglia prodotta dalla straordinaria meticolosità del loro lavoro di ceramisti non finisce quando ne abbiamo scoperto il segreto, ma ricomincia ogni volta dall’incredibile ambiguità della visione di ciò che ci troviamo inaspettatamente davanti. “La fase che preferiamo è probabilmente la ricerca che viene fatta dopo un’intuizione, un’idea”, raccontavano gli artisti in un’intervista realizzata qualche anno prima della scomparsa, avvenuta nel 2023, di Stefano Dal Monte Casoni. “Ricercare materiali, immagini e relazioni ci coinvolge come intraprendere un viaggio, un’avventura. La più difficile è la realizzazione, in cui è molto importante tenere il punto, che può anche significare, in alcuni casi, stare su quel punto per un anno o più”. Eppure, avvertivano, “l’arte guardava con sospetto chi, come noi, proveniva da un percorso dove la tecnica era una parte così importante del fare arte”. Ed è singolare pensare come proprio quella tecnica, guardata allora con tanta diffidenza, sia diventata oggi la prima ragione del nostro stupore. Oggi che Stefano Dal Monte Casoni non c’è più, quelle parole acquistano inevitabilmente un significato diverso, perché ciò che rimane non è soltanto una straordinaria sapienza tecnica o un repertorio di immagini ormai inconfondibile, ma la grammatica comune costruita dai due artisti in oltre quarant’anni di lavoro, capace ancora di tenere unite la perizia e l’azzardo, la meraviglia e la malinconia.

 

Scrive Alberto Mattia Martini che “le opere di Bertozzi & Casoni si configurano come vestigia del contemporaneo, testimonianze di una condizione antropologica segnata dall’accumulo, dal consumo e dalla trasformazione continua del mondo materiale. La ceramica diviene il veicolo di una radicale messa in crisi del visibile. Lo stupore non è più soltanto una qualità attribuita alle opere, ma una categoria attraverso cui interrogare il rapporto tra realtà, rappresentazione e percezione”. Ecco, è proprio la parola “vestigia” che continua a tornarci in mente percorrendo la mostra, perché quando pensiamo alle vestigia pensiamo solitamente a qualcosa di antico, a una civiltà scomparsa, a un frammento che il tempo ha consumato e poi risparmiato, mentre queste sono le vestigia di una civiltà ancora in piena attività, la nostra, sono le cose che fino a un momento fa avevamo in mano, nel piatto, in tasca o nell’armadietto del bagno; pacchetti di patatine, confezioni di snack, sigarette, medicinali, scontrini, banconote, lattine, forchette di plastica, volantini, piatti sporchi, avanzi d’anguria, tazzine del caffè, batterie d’automobile, bidoni e latte di vernice finiscono per assomigliarsi tutti, come se ogni cosa, una volta usata, acquistasse la stessa patina, lo stesso colore malinconico del rifiuto. I residui industriali si assimilano agli scarti della tavola, gli oggetti che hanno attraversato per anni il ciclo della produzione e del lavoro si mescolano a ciò che rimane di una colazione o di una festa, e persino un volantino dell’UNICEF, che dovrebbe a buon diritto ricordarci i drammatici problemi della distorsione di un contemporaneo che contempla e non risolve questioni come la fame nel mondo, l’orrore delle guerre e i grandi problemi che affliggono tuttora una larga parte della famiglia umana, finisce, abbandonato, triste, solitario, mezzo accartocciato, accanto alle uova rotte, ai dollari e a una boule dell’acqua calda, diventando anch’esso carta abbandonata, immagine consumata, parte dello stesso accumulo di cui noi stessi siamo insieme vittime e produttori.

 

Ma dentro questa follia delle cose, dentro questo continuo mescolarsi di merci, avanzi e immagini, c’è la natura, che nel lavoro di Bertozzi & Casoni sembra diventare sempre più presente e sempre più ostinata: ci sono le uova, che appartengono alla vita e insieme ne sono il guscio vuoto; c’è un polpo enorme disteso sopra un vassoio di tazze, una coda di rettile che attraversa un cumulo di piatti e di avanzi, e poi pappagalli, un fenicottero, insetti, api, scimmie, fiori. Animali che a prima vista sembrerebbero vivi e che invece sono anch’essi modellati e dipinti nella ceramica, appartengono cioè alla stessa materia dei bidoni, delle cassette e delle confezioni fra le quali compaiono. Ci sono insetti che si posano tridimensionalmente sui petali di un mazzo di fiori, mentre altri insetti sono dipinti in file ordinate sulla superficie del vaso, e allora non capiamo più dove sia la realtà e dove la sua rappresentazione, quale insetto imiti l’altro, quale fiore sia davvero fiore e quale sia soltanto l’immagine di un fiore, in una mimesi continua nella quale tutto è finzione e, proprio per questo, tutto finisce per sembrarci terribilmente vero.

 

E poi ci sono quei favi che crescono nelle vecchie cassette postali, le riempiono, premono contro gli sportelli, si mescolano alle lettere, ai cataloghi, alle cartoline e ai volantini rimasti lì dentro, abbandonati, forse perché nessuno è più venuto a ritirarli; favi che arrivano a invadere persino la parola “Auguri”, composta in grandi lettere dorate, incrinando con la loro crescita silenziosa l’ottimismo un po’ convenzionale di quella formula beneaugurante. È un’immagine quantomai ambigua, perché da un lato quei favi possono sembrarci il segno di una rigenerazione, di una natura che torna a prendere possesso degli spazi abbandonati dall’uomo; dall’altro hanno qualcosa di insieme vitale e inquietante, crescono con la medesima insistenza con cui crescono i nostri accumuli, entrano in ogni anfratto, ricoprono le parole, spingono fuori ciò che vi era stato depositato. La natura non si oppone dunque al rifiuto, non arriva a purificarlo né a redimerlo: vi si mescola, lo abita, costruisce dentro di esso un’altra forma di vita.

 

Ma che cos’è, in fondo, quella scritta “Auguri”? Una delle tante scritte kitsch alle quali il nostro presente ci ha abituati, composta magari con i palloncini per una festa di bambini, oppure una di quelle scritte che ormai abitano il paesaggio confuso e sovrabbondante dell’arte contemporanea e che, in ogni fiera, ritroviamo come una tra le tante presenze familiari della infinita sua costellazione? Forse è entrambe le cose, o forse, dopotutto, non è davvero più possibile distinguerle; ed è qui, proprio qui, in questa incertezza fra l’addobbo di una festa e l’opera d’arte, che comincia ad affiorare quell’ironia malinconica, talvolta quasi tragica, quel riso amaro che sembra accompagnare da sempre il lavoro di Bertozzi & Casoni. Perché nel loro universo non diventano scarto soltanto le merci, il cibo, le confezioni, gli oggetti che usiamo quotidianamente, ma anche l’arte contemporanea, i suoi miti, le sue opere più celebri, il suo stesso modo di trasformare le cose in immagini e le immagini in oggetti di valore. È tutto, anche qui, un gioco di ricicli e di ritorni: le masse di materiali pressati ci fanno inevitabilmente pensare alle accumulazioni di Arman e alle compressioni di César; le scatolette della Merda d’artista di Piero Manzoni vengono impilate sopra un vassoio come barattoli di conserva ormai scaduti; la Brillo Box di Andy Warhol, la scatola da supermercato divenuta una delle icone assolute dell’arte del Novecento, si trasforma nella buffa casetta di un’ara, dalla quale la testa del pappagallo sporge come uno di quei trofei di caccia che un tempo si appendevano alle pareti. E allora anche l’arte, che aveva preso l’oggetto comune, il rifiuto, la scatola industriale, la merce e li aveva portati dentro il museo, finisce a sua volta dentro l’accumulo.

 

Le opere che valgono centinaia di migliaia, quando non addirittura milioni di euro, ritornano sotto forma di citazioni, scatole, lattine e immagini consumate; i cataloghi, i volantini delle mostre, i disegni di Picasso si ammucchiano, come scarti di un passato che non si sa più nemmeno se abbia ancora valore o se mai l’abbia avuto, dentro cassette postali arrugginite, mescolati ai favi e alle lettere mai ritirate. Da una di quelle cassette spunta il volantino di una mostra di James Brown; da un’altra, con un gioco di autoironia che sembra non avere fine, esce persino il pieghevole della mostra di Bertozzi & Casoni alla quale noi stessi stiamo assistendo: così la mostra racconta il rifiuto e intanto è già diventata essa stessa un’immagine del rifiuto, una locandina abbandonata, un’altra vestigia pronta a entrare nella grande archeologia del presente.

 

Forse è proprio questa capacità di coinvolgere nel gioco ogni cosa, noi, l’arte, gli oggetti del nostro quotidiano e persino il loro stesso lavoro, senza assumere mai la posizione rassicurante di chi giudica il mondo dall’esterno, a rendere la loro ironia così amara e così profondamente umana. E così, davanti a quelle cassette postali invase dai favi, a quelle uova rotte, ai medicinali scaduti, ai pappagalli trasformati in trofei, ai cataloghi e alle lattine che si mescolano ai resti della nostra vita quotidiana, il nostro stupore non è più quello iniziale, legato alla straordinaria bravura e perizia degli artisti: è diventato più inquieto, più malinconico, attraversato dai rimandi e dai rovesciamenti che ogni oggetto mette in circolo. Eppure continuiamo ad avvicinarci, a guardare meglio, quasi a voler toccare quelle superfici e, benché conosciamo già perfettamente la risposta, a domandarci ancora una volta se tutto ciò sia davvero soltanto ceramica o non sia piuttosto un pezzo della nostra stessa vita, di questo nostro eterno accumulare, consumare, abbandonare, trasformare ogni cosa prima in vita vissuta, poi in scarto, in rifiuto, infine in vestigia, come i tanti utensili, le statuette votive, le armi e i cocci di vasi che oggi, nelle teche ben custodite dei musei archeologici, contempliamo con un misto di meraviglia, di stupore e di sottile, struggente malinconia per i miliardi di esistenze e di vite che si sono succedute prima di noi in questo mondo.